L’introduzione della nozione di “tecnologia basata su registri distribuiti” nell’ordinamento italiano.

L’introduzione della nozione di “tecnologia basata su registri distribuiti” nell’ordinamento italiano.

Il d.l. n. 135/2018 (c.d. Decreto Semplificazioni), convertito nella legge 11 febbraio 2019 n. 12, ha introdotto nel nostro ordinamento la definizione di “tecnologia basata su registri distribuiti” (o DLT).

In particolare, l’art. 8-ter, comma 1, della legge di conversione stabilisce che per “tecnologie basate su registri distribuiti” si intendono le “tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche”, in modo tale da “consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili”. 

Il successivo art. 8-ter, comma 3, della legge di conversione, prevede che la “memorizzazione di un documento informatico attraverso l’uso di tecnologie basate su registri distribuiti produce gli effetti giuridici della validazione temporale elettronica” di cui all’articolo 41 del regolamento (UE) n. 910/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 luglio 2014 per l’identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche nel mercato interno (“Regolamento eIDAS”). Infine, la legge di conversione ha delegato l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) a individuare entro novanti giorni dalla pubblicazione della legge di conversione “gli standard tecnici che le tecnologie basate su registri distribuiti debbono possedere ai fini della produzione degli effetti [giuridici]”. Il relativo regolamento non è stato ancora emanato.

Preliminarmente, occorre precisare che la disciplina della validazione temporale elettronica si inquadra nell’ambito della più ampia questione del valore del documento informatico quale prova documentale. Il codice civile non contiene una definizione di “prova documentale”, limitandosi a elencare agli articoli 2699 e seguenti le tipologie di atti e documenti che costituiscono prove documentali (ad es. atti pubblici, scritture private autenticate, scritture contabili, riproduzioni meccaniche, copie di atti etc.). L’elenco riflette evidentemente l’insieme degli strumenti esistenti all’epoca di redazione del codice civile in grado di consentire la cognizione indiretta di un fatto con carattere permanente, mentre non tiene conto delle moderne tecniche e metodi di formazione di un documento. Accanto alla disciplina del codice civile relativa alle tradizionali prove documentali, si è affiancata nel tempo la disciplina contenuta principalmente nel d.lgs. del 7 marzo 2005, n. 82 (c.d. Codice dell’Amministrazione Digitale) e nel Regolamento eIDAS

E’ opinione diffusa che l’elenco codicistico delle prove documentali non costituisca un numerus clausus, dovendosi intendere per prova documentale ogni strumento utile al giudice per il controllo delle domande e delle affermazioni rese dalle parti nel corso del processo, che fornisca una rappresentazione permanente del fatto rappresentato su supporti stabili.

Il nuovo art. 3-ter, comma 3, della legge di conversione, sembra dunque ampliare il novero di strumenti utilizzabili quale prova documentale. Tuttavia, per comprendere la portata innovativa della norma è opportuno esaminare le nozioni di “validazione temporale elettronica” e “validazione temporale elettronica qualificata” previste dal Regolamento eIDAS. In particolare, ai sensi dell’art. 3, comma 1, n. 33 del Regolamento eIDAS, la “validazione temporale elettronica” consiste in “dati in forma elettronica che collegano altri dati in forma elettronica a una particolare ora e data, così da provare che questi ultimi esistevano in quel momento”. Mentre, la “validazione temporale elettronica qualificata” (definita al successivo n. 34), consiste in una validazione temporale elettronica che soddisfa altresì i seguenti ulteriori requisiti (dettati dall’art. 42 Regolamento eIDAS):

  1. collega la data e l’ora ai dati in modo da escludere ragionevolmente la possibilità di modifiche non rilevabili dei dati;
  2. si basa su una fonte accurata di misurazione del tempo collegata al tempo universale coordinato; e
  3. è apposta mediante una firma elettronica avanzata o sigillata con un sigillo elettronico avanzato del prestatore di servizi fiduciari qualificato o mediante un metodo equivalente.

Quanto all’efficacia giuridica delle predette forme di validazione elettronica, l’art. 41 Regolamento eIDAS stabilisce che “alla validazione temporale elettronica non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in procedimenti giudiziali per il solo motivo della sua forma elettronica o perché non soddisfa i requisiti della validazione temporanea elettronica qualificata”.

L’introduzione della definizione di tecnologie basate su registri distribuitisi si inserisce, dunque, nel contesto del quadro regolamentare comunitario sopra descritto, attribuendo valore di prova documentale ai documenti memorizzati tramite “registri distribuiti”. 

Pertanto, l’attività di c.d. time-stamp tramite DLT garantirebbe lo stesso effetto giuridico della “marcatura temporale”, senza tuttavia la necessità di ricorrere al servizio erogato da un prestatore di servizi fiduciari (qualificato o meno) disciplinato ai sensi degli artt. 20 e seguenti del Regolamento eIDAS.

Tuttavia, il richiamo dell’art. 8-ter legge di conversione al solo art. 41 del Regolamento eIDAS sembra lasciare aperta la questione se il legislatore abbia riconosciuto alle DLT unicamente l’efficacia della validazione temporale elettronica semplice ovvero di quella qualificata o l’efficacia di entrambe le forme di validazione temporale elettronica. L’art. 41 Regolamento eIDAS disciplina gli effetti giuridici di entrambe le validazioni temporali elettroniche, stabilendo al primo comma che “alla validazione temporale elettronica non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in procedimenti giudiziali per il solo motivo della sua forma elettronica o perché non soddisfa i requisiti della validazione temporanea elettronica qualificata”, e al secondo comma che “una validazione temporale elettronica qualificata gode della presunzione di accuratezza della data e dell’ora che indica e di integrità dei dati ai quali tale data e ora sono associate”. Il dubbio interpretativo nasce dal fatto che l’art. 8-ter non richiama espressamente la natura “qualificata” della validazione temporale elettronica.

Dunque, l’art. 8-ter, comma 3, della legge di conversione, potrebbe ricomprendere entrambe le fattispecie di validazione temporale elettronica, lasciando all’interprete il compito di valutare caso per caso se le caratteristiche della DLT o della Blockchain utilizzata per il time stamp soddisfano i requisiti della validazione temporale elettronica qualificata. Al riguardo, è opportuno precisare che l’art. 42, comma 1, del Regolamento eIDAS, prevede che i requisiti che definiscono la “validazione temporale elettronica qualificata”, si presume siano rispettati qualora “[…] il collegamento della data e dell’ora ai dati e alla fonte accurata di misurazione del tempo rispondano a dette norme”.


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